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È noto, oramai, che l’esposizione ad elevate intensità di rumore, per periodi prolungati, può provocare danni uditivi, le cui entità variano a seconda delle diverse suscettibilità individuali.

Soltanto se esposti a livelli di pressione sonora molto elevati (SPL > 120-130 dB e Peack > 150-160 dB) è possibile contrarre un danno immediato, spesso accompagnato dalla rottura del timpano. Per tutti gli altri casi, la relazione che lega la dose assorbita di rumore e il danno uditivo, si basa sul principio dell’Eguale Quantità di Energia, secondo cui il deficit uditivo è proporzionale al prodotto tra il tempo di esposizione e il quadrato del livello di pressione sonora (relazione valida per rumori di intensità fino a 115 dB).

A tal proposito, si ricorda che la scala dei decibel è logaritmica e che un dimezzamento, o un raddoppio, dell’energia sonora determina, rispettivamente, un decremento o un incremento di 3 dB.

 

Esempio

Nel caso di un lavoratore esposto ad un livello medio di 88 dB(A) per 8 ore, il livello di esposizione sarà necessariamente pari a 88 dB(A). Invece, se il lavoratore è esposto ad un livello medio di 88 dB(A) per 4 ore, il livello di esposizione sarà pari alla metà di quello precedente, ovvero pari a 85 dB(A).

Tuttavia, è impossibile quantificare esattamente in un soggetto quanta parte abbia, nel determinare il danno uditivo, la dose di rumore assorbita. Lo spostamento della soglia uditiva è, infatti, prodotto dalla risultante della somma del danno uditivo da rumore e di altri fattori, quali l’invecchiamento naturale e/o l’incidenza di malattie, sostanze ototossiche ed esposizioni a rumori extra-professionali.

A questo punto, appare evidente che le prescrizioni individuate dal D.Leg. n. 195/06 non sono in grado, da sole, di fornire una precisa indicazione circa l’effetto indotto da un’esposizione prolungata al rumore nei confronti di un singolo soggetto, ma dettano unicamente i principi di prevenzione secondo cui è possibile ridurre il fattore di rischio nei confronti di una popolazione estesa, in base ad un concetto di probabilità (concetto che sta alla base delle valutazioni contenute nella norma ISO 1999/90).

Con il termine “rischio”, si intende la probabilità di accadimento di un evento lesivo in una situazione pericolosa.

La menzionata norma ISO propone, da questi principi generali, le procedure per ricavare la stima della distribuzione statistica dello spostamento della soglia uditiva di soggetti professionalmente esposti a rumore (ARTL), attraverso la misurazione dei livelli sonori, la durata di esposizione e l’età anagrafica in anni.

Tuttavia, lo Standard Internazionale ISO 1999 del 1990 parte dalla considerazione che il concetto di handicap uditivo è mutevole e non dipende solo dal danno in sé, ma anche dall’intelligibilità della parola. Concetto sostenuto anche nella classificazione degli audiogrammi secondo Klockhoff-Merluzzi (ampiamente impiegata nel nostro Paese), la quale prevede, a fianco della definizione di ipoacusia da rumore (deficit a 500, 1.000, 2.000 Hz), anche la definizione di trauma acustico (deficit a 4.000, 6.000 e 8.000 Hz).

A livello internazionale, si ritiene che debba essere considerato anche il deficit uditivo a frequenze superiori a 2.000 Hz, non solo per motivi preventivi (la diminuzione delle capacità uditive inizia a 4.000-6.000 Hz per poi interessare le frequenze più basse), ma anche perché il deficit a 4.000-6.000 Hz ostacola comunque la comprensione della comunicazione verbale.

Ciò premesso, considerando come danno uditivo un deficit medio superiore a 25 dB a 1.000, 2.000 e 4.000 Hz, la percentuale di soggetti che (rispetto ad un gruppo non esposto a rumore) subisce tale deficit dopo 40 anni di lavoro è, secondo la ISO 1999 del 1990, pari a:

 

  0 % nel caso di esposizione a 75 dB(A)

  1 % nel caso di esposizione a 80 dB(A)

  6 % nel caso di una esposizione a 85 dB(A)

  15 % nel caso di una esposizione a 90 dB(A)

  34 % nel caso di una esposizione a 95 dB(A)

  62 % nel caso di una esposizione a 100 dB(A)

 

Da ciò si desume che:

80 dB(A) non comportano rischi di danno uditivo per la quasi totalità della popolazione esposta

85 dB(A) comportano rischi di danno uditivo abbastanza contenuti

> 85 dB(A) devono essere invece considerati inaccettabili


Un’accurata anamnesi lavorativa permette, pertanto, di comparare l’ipoacusia da rumore (l’effetto) con una dose di rumore ricevuta (la causa), dove la dose è il prodotto tra il livello del rumore (espressa in dB) e la durata dell’esposizione (espressa in anni).

Quando si valuta con cura l’anamnesi professionale e patologica, è possibile fare diagnosi eziologiche con probabilità di errore abbastanza ristrette.

Come anticipato, l’esposizione prolungata a rumore di elevata intensità può produrre una diminuzione delle capacità uditive. Questo fenomeno avviene, di norma, in due fasi. Nella prima fase, si registra nel lavoratore un abbassamento temporaneo della soglia uditiva. Nella seconda fase, che può durare mesi o anni, in funzione della “dose” di rumore assorbita, l’abbassamento temporaneo della soglia uditiva rientra sempre più lentamente, fino a quando diventa un fattore permanente. In questa fase, il tracciato audiometrico descrive spesso uno slivellamento della soglia uditiva superiore ai 50 dB nelle frequenze sonore di 3.000, 4.000 e 6.000 Hz, mentre le frequenze di 2.000 Hz, e soprattutto quelle di 1.000 Hz, sono meno danneggiate. Una simile perdita uditiva, non procura un handicap importante nel soggetto, sia per l’entità del deficit uditivo, sia per il tipo di frequenza interessata (nella lingua italiana le frequenze più utilizzate sono quelle comprese fra 500 e 3.000 Hz), anche se di fatto il danno arrecato è irreversibile.

A tal fine, nella valutazione di un soggetto anziano è molto importante ricostruire l’anamnesi lavorativa relativa all’esposizione a rumore, tenendo ben presente che l’ipoacusia da rumore si somma alla socio-presbiacusia (attività extra-lavorativa) determinando un reciproco aggravamento delle due situazioni patologiche. Per questo motivo, è necessario raccogliere con cura le informazioni riguardanti l’ambiente lavorativo, quali:

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l’esposizione al rumore;

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le misurazioni svolte;

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la valutazione del lavoratore sulle pregresse esposizioni a rumore;

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la misura della rumorosità dell’ultima attività realmente rappresentativa in termini di tempo.

 

Esempio di audiogramma di un soggetto affetto da danni da esposizione al rumore

L'esposizione quotidiana a livelli di rumore superiore a 80 dB(A) per tempi prolungati (10, 20, 30 anni) può portare ad un handicap uditivo importante. Tale lesione risulta innavvertibile all'inizio della patologia ma proseguendo con l'esposizione al rumore, l'effetto della lesione si concretizza nella difficoltà di comprendere le parole. Attraverso un esame audiometrico è possibile riscontrare un "buco" uditivo sulla frequenza dei 4000 Hz, che si aggrava man mano che aumenta il tempo di esposizione del soggetto

 

Andamento handicap uditivo con tempi di esposizione di 10, 20 e 30 anni ad un livello di 80 dB(A)
 

 

 

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