Sempre
più insistentemente assistiamo all'utilizzo degli spazi pubblici
destinandoli al
divertimento e allo svago di gruppi di persone. Luoghi che, invece, sono
sottratti a quella naturale funzione per i quali sono stati concepiti, ossia per
assolvere ad una fruizione pubblica. La
Carta dello
spazio pubblico - elaborata della Biennale
dello Spazio Pubblico in collaborazione con il Programma delle
Nazioni Unite per gli Insediamenti Umani (UN-Habitat), approvata alla
conclusione della Seconda Biennale dello Spazio Pubblico del 2013,
riassume un insieme di principi e linee guida per la progettazione e
gestione degli spazi pubblici - definisce lo spazio pubblico come "ogni
luogo di proprietà pubblica o di uso pubblico accessibile e fruibile a tutti
gratuitamente o senza scopi di lucro. Ciascun spazio pubblico ha proprie
caratteristiche spaziali, storiche, ambientali, sociali ed economiche"
(punto 6). Da ciò ne deriva che tali spazi costituiscono un "elemento
chiave del benessere individuale e sociale, i luoghi della vita collettiva
delle comunità, espressione della diversità del loro comune patrimonio
culturale e naturale e fondamento della loro identità, in linea con quanto
espresso dalla Convenzione Europea del Paesaggio. La comunità si riconosce
nei propri luoghi pubblici e persegue il miglioramento della loro qualità
spaziale" (punto 7). Sta di fatto che la proprietà di tali luoghi
resta
in capo all’intera collettività, sebbene sia affidata agli Organi di rappresentanza la loro custodia, cura e preservazione,
conferendo a loro il dovere di evitare di allontanarsi da tali ambiti di responsabilità o, peggio,
abdicare al loro ruolo che, in certi casi, appare perfino convivente,
qualora
non intervengano per contenere quei comportamenti eccessivamente veementi e
responsabili del loro degrado.
Parrebbe,
quindi, fin troppo facile riuscire a comprendere che "l’esigenza
allo svago degli uni cessa quanto inizia il diritto al riposo degli altri"
(massima dottrinale), tuttavia ci si ostina a dipanare queste questioni nell’ambito delle azioni di
Diritto assunte davanti alle
Autorità civili o penali che fanno ritornare alla luce il richiamo a tale gerarchia di
responsabilità nell'ambito degli Enti locali, in primis dei Comuni (vedasi
al riguardo il recente articolo dell'Avv. Bridi dal titolo "Ecco
che anche Milano si scuote per un problema grave per la Salute delle persone"),
ai quali viene rimessa la responsabilità, anche di natura
risarcitoria, per i danni arrecati da siffatti negativi comportamenti.
Al contempo, perdurano accesi dibattiti tra i fautori di spazi nei quali le persone possano radunarsi,
giustificati
dall’esigenza di svago, e quelli che, a ridosso di tali luoghi,
lavorano, studiano e necessitano, invece, di fruire delle più elementari e normali
esigenze domestiche.
Per cercare di addivenire ad un'analisi obiettiva basterebbe,
semplicemente, cercare di immedesimarsi in coloro con gli è impedito o,
semplicemente,
ostacolato di usufruire di un bene primario, quello di dormire, senza
considerare l'ingente perdita di valore degli immobili. Questo
consentirebbe di arrivare
a meglio soppesare le esigenze di coloro che avanzano le pretese del divertimento, fra le
cui pieghe rischiano, in certi casi, di annidarsi ben altri interessi di natura
economica. Infatti, in molti dei casi portati all’attenzione delle cronache,
gli spazi pubblici costituiscono un'appetibile propaggine degli spazi
utilizzati dagli
operatori che possono in tal modo usufruire anche dello spazio pubblico per
soddisfare le loro utenze, utilizzando le piazze o la pubblica via. Inoltre, per
rendere ancora più appetibile questa attrattiva, viene spesso servita la
diffusione di musica ad alto volume. A tal riguardo, la relazione che lega i
volumi della musica al il consumo di alcool è nota oramai da tempo. Infatti,
stando ai risultati di diverse ricerche, v'è una chiara correlazione tra il volume
della musica ed il consumo di alcol, osservando che: più alto è il volume,
più si beve. Tra questi, spicca lo studio condotto da Nicholas Guegen
assieme ai colleghi dell’Università della Bretagna del Sud (Francia)
i quali hanno "arruolato" 70 frequentatori abituali di discoteche francesi.
I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista "Alcoholism:
Clinical & Experimental Research", da cui è emerso che, se normalmente il
numero medio di birre o superalcolici ordinati dai ragazzi era di 2,6, con
la musica più alta si passava a 3,4, con il risultato che si può essere più
scoordinati, si perde il controllo delle azioni e si può essere anche più
"spigliati".
Non deve perciò stupire se,
giunti a questa impulsività, possa
sorgere un probabile, quanto alle volte inevitabile contrasto, tra coloro
che sono costretti a chiudere le finestre, specie nella stagione calda, pur
se questo non basta per cercare di proteggersi dal rumore che viene
dall’esterno, a causa dei comportamenti di color che, spesso, appaiono poco
rispettosi del vivere civile e delle altrui esigenze. Pare, infatti, non si
voglia prendere consapevolezza che, in quegli stessi luoghi, non ci sono
solo coloro che il rumore lo generano, bensì anche coloro che quello stesso
rumore, ahimè, e loro malgrado sono costretti a subirlo. Ciò dal momento che “vivere
il centro storico non significa essere obbligati a sopportare rumori
eccessivi, né accettare che la socialità si trasformi in confusione. Un
centro può essere vivo, accogliente e frequentato senza superare i limiti di
legge e senza diventare una “caciara” permanente. Il problema non è la
musica. Il problema non sono gli eventi. Il problema è il volume” -
tratto dall’articolo "La
città è di tutti, non di chi fa più rumore".
Il Rumore può certamente costituire un fattore di degrado di un luogo, oltreché uno dei
motivi per far allontanare le persone. Per questo ciascuno di noi, nessuno escluso,
ha il compito di
impegnarsi per cercare di limitare le cause del degrado e, di conseguenza,
agevolare un riavvicinamento di quelle persone che conservano esigenze diverse, dacché "i
suoni hanno un valore etico" (Albert Mayr). Ciò per ricostruire quella
"composizione di suoni" fatta anche di innumerevoli sorgenti
antropiche, le quali necessitano tuttavia di esprimere un loro "giusto volume",
affinché riescano a comporre l’ambiente sonoro nel quale viviamo. A tal fine, cresce sempre più l’esigenza di disporre di figure responsabili ed autorevoli,
al posto di quelle compiacenti, se non addirittura silenti, evitando di far crescente il disagio per non aver fatto osservare le più basilari regole di
civile convivenza, poiché "il
male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi, potendo impedire che lo si
faccia, non lo impedisce" (Tucidide).