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Danni uditivi

 

 

 

L’esposizione prolungata a rumore di elevata intensità può produrre una diminuzione delle capacità uditive, le cui entità variano asseconda delle diverse suscettibilità individuali. Questo fenomeno avviene, di norma, in due fasi. Nella prima fase, si registra nel lavoratore un abbassamento temporaneo della soglia uditiva. Nella seconda fase, che può durare mesi o anni, in funzione della “dose” di rumore assorbita e dei tempi di recupero, l’abbassamento temporaneo della soglia uditiva rientra sempre più lentamente, fino a quando diventa un fattore permanente.

Solamente se esposti a livelli di pressione sonora molto elevati (SPL > 150 dB e Peack > 160-170 dB) è possibile contrarre un danno uditivo immediato, spesso accompagnato dalla rottura del timpano. Per tutti gli altri casi, la relazione che lega la dose assorbita di rumore e il danno uditivo, si basa sul principio dell’Eguale Quantità di Energia, secondo cui il deficit uditivo è proporzionale al prodotto tra il tempo di esposizione e il quadrato del livello di pressione sonora (relazione valida per rumori di intensità fino a 115 dB).

Tuttavia, non è possibile quantificare esattamente quanta parte abbia, nel determinare il danno uditivo, la dose di rumore assorbita, poiché lo spostamento della soglia uditiva è prodotto dalla risultante di più fattori: danno uditivo da rumore, invecchiamento naturale e/o l’incidenza di malattie, sostanze ototossiche ed esposizioni a rumori extra-professionali.

 

Presbiacusia e socioacusia

Con il passare degli anni le capacità uditive tendono a diminuire. Tale processo prende il nome di presbiacusia, dovuto agli sviluppi dell'invecchiamento, il quale determina un deficit uditivo riguardante soprattutto le frequenze elevate (6-8 kHz).

L'entità di tale decremento uditivo è dato dalla risultante di due fenomeni, ossia l'invecchiamento e l'ambiente di vita. Da qui il termine di socioacusia, termine descrittore dei due processi combinati, nell'ambito dei quali non è possibile scindere quanta parte sia imputabile all'uno e quanta all'altro.

Le normative emanate in materia di limiti di rumorosità negli ambienti di lavoro sono, per questo, basate sulla valutazione del rischio, assunto dal confronto fra una popolazione "normale" e una esposta professionalmente a rumore, in base ad un concetto di probabilità che l'esposizione a determinate soglie di rumore possano creare una perdita uditiva aggiuntiva.

 

Audiometria

Uno dei metodi diagnostici per la valutazione del danno uditivo è rappresentato dall'audiometria liminare tonale, la quale serve a determinare la soglia uditiva mediante l'invio al paziente di toni puri nelle bande di frequenza d'ottava comprese fra 125 e 8.000 Hz.

 

 

L'orecchio con udito normale ha come livello sonoro di soglia il valore 0 che indica l'intensità minima di suono percepibile. La perdita uditiva, o ipoacusia, espressa in deciBel esprime la differenza tra il livello sonoro minimo che l'orecchio riesce a percepire e lo zero, considerato convenzionalmente standard.

L’audiogramma è il principale strumento diagnostico in grado di quantificare l’effetto di una esposizione prolungata al rumore nei confronti di un soggetto. Analizzato congiuntamente all’anamnesi lavorativa e ai livelli di esposizione, fornisce importanti informazioni circa le cause che hanno potuto determinare un deficit acustico.

L'audiogramma viene effettuato da un medico competente facendo entrare il soggetto, al quale si vuole verificare un'eventuale danno al sistema uditivo, in una cabina insonorizzata avente una pressione acustica interna pari a circa 25 dB. Il medico attraverso delle cuffie calibrate fa giungere dei toni puri a frequenze normalizzate aumentando gradualmente il volume del suono

Il danno da rumore è definito in base alla diminuzione della capacità uditiva alle diverse frequenze. Nella fattispecie, un soggetto si definisce “ipoacusico” qualora il deficit uditivo medio per le frequenze 500, 1000 e 2000 Hz sia uguale o superiore a 25 dB.

 


 

 

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